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Storia
Febbraio 2005,
aeroporto di Capodichino, siamo da poco sbarcati di ritorno da Sharm
el Sheik dove, noi sei, i soliti sei, abbiamo trascorso, una
magnifica settimana ricca di immersioni fantastiche ed escursioni
nel deserto, incamerando nella nostra memoria colori, paesaggi,
profumi, sensazioni resi ancor più indelebili per averle vissute
insieme… noi sei, uniti da una sincera, profonda, antica amicizia e
dalla comune passione per il mare e la subacquea.
Durante le nostre immersioni settimanali ed i numerosi viaggi fatti
insieme, si sono create tante situazione che ci hanno dato la
possibilità di conoscerci ed unirci sempre di più nonostante non
siamo proprio coetanei visto che le nostre età vanno dai 25 ai 49
anni.
Appena fuori dall’aeroporto ci è bastato uno sguardo per capire che
già tutti stavamo pensando alla prossima meta!
Siamo a marzo 2005, è sabato, ci troviamo nella solita pizzeria e
già sono saltati fuori depliants di varie località turistiche.
“…Bisogna decidere! Un anno passa in fretta!” Non ricordo chi di noi
per primo fu a lanciare l’idea di andare in Kenya ricordo solo che,
alla fine, il coro fu unanime: “OK SI VA IN KENYA!”
Seduta stante fu deciso mese e giorno della partenza: 24
febbraio 2006.
I rimanenti mesi li dedicammo alla ricerca su internet di quante più
notizie ed immagini sulla località prescelta:”WATAMU”.
In comune accordo, come sempre, decidemmo i luoghi delle immersioni,
le località da visitare, la zona dove fare l’immancabile safari e,
visti i costi favorevoli per il cambio, mettemmo anche in bilancio
la possibilità, da decidere in loco, di protrarre la permanenza di
un ulteriore settimana. Il tempo passava veloce e presto venne il
giorno della partenza.
Tutto era pronto: attrezzature
subacquee, macchine fotografiche, videocamere, creme protettive e
nelle valigie avevamo trovato un pò di posto anche per caramelle,
quaderni e penne; perché… “fanno tanto turista”.
L’aereo decollò e atterrò puntuale
per portarci... ad un appuntamento che avrebbe cambiato il nostro
modo di vedere le cose quotidiane, le nostre abitudini, la nostra
vita.
Salimmo sulla “corriera” che ci avrebbe condotto, in due ore, al
nostro villaggio. Eravamo stanchi ma elettrizzati (“euforici”).
Passammo per il centro di Mombasa tra
mille colori e bambini festanti. Ma presto il paesaggio cambiò. Non
più case e palazzi ma baracche di lamiera, cartone o fango, migliaia
di persone intente a sopravvivere in quel caos dove regnava evidente
e prepotente la più totale miseria.
Il nostro entusiasmo si affievolì mentre… inconsapevolmente andavamo
incontro al nostro appuntamento.

Quando varcammo il cancello del
villaggio ci sembrò di essere tornati sulla terra e che alle nostre
spalle si fosse chiusa una barriera, confine tra benessere e povertà
riportandoci nella nostre vesti di turisti.
Dall’Italia avevamo contattato un
beach boy, uno dei tanti ragazzi del posto che vivono accompagnando
i turisti in giro per l’Africa, il suo nome “Tuffo”. Anche lui non
sapeva di avere un’ appuntamento. Lo telefonammo la sera stessa e
gli chiedemmo di portarci in giro per Watamu così avremmo discusso
cosa fare nei giorni a seguire.
Ai beach boys non è consentito
entrare nei villaggi e quindi ci incontrammo fuori dal cancello… la
linea di confine. Era li fuori puntuale ad aspettarci. Ci venne
incontro sorridente tendendoci la mano e nello stringerla tutti
avemmo la stessa sensazione, quella di esserci finalmente trovati ad
un appuntamento che qualcuno aveva fissato per noi da tanto tempo.
Fummo immediatamente circondati da decine di bambini vestiti “se
così si può dire” di stracci, i loro volti illuminati da candidi
sorrisi. Ben presto intorno a noi una foresta di mani protese
nell’attesa di ricevere qualcosa.
Tuffo guardandoci ci disse “Benvenuti
amici miei... anche questa è l’Africa”. Il più giovane del nostro
gruppo tornò nell’alloggio per prendere penne quaderni e caramelle e
con la gioia nel cuore si fece sommergere da quella marea di bambini
che lo accolsero sorridenti. Sorrisi che presto
si spensero
lasciando il posto a delle espressioni di disperazione, quelle
decine di piccole mani si tramutarono in artigli decisi a non
perdere ciò che avevano conquistato, una penna, un quaderno,
strappato nella foga delle contesa, una caramella. L’arrembaggio
durò pochi secondi lasciando a terra i più piccoli e deboli di loro
che senza piangere ci guardavano con la rassegnazione di chi quella
scena l’aveva vissuta tante altre volte, mentre noi ci avvicinammo
al nostro giovane compagno che senza proferir parola si guardava
intorno cercando quei bambini che come per incanto erano spariti nel
buio della notte con le loro prede strette tra le mani.
Nessuno osò commentare l’accaduto ma per tutta la sera ognuno di noi
leggeva negli occhi degli altri l’amarezza di ciò che avevamo
vissuto.
La mattina successiva effettuammo,
come da
 programma, le prime due immersioni delle otto pianificate.
Le successive sei… non furono mai più fatte.
Il secondo giorno come
da accordi con Tuffo, partimmo per il safari al parco dello “Tsavo
Est.” Fu tutto molto bello ed emozionante, le piste di terra rossa,
l’avvistamento di tutti quegli animali, leoni ,zebre, giraffe,
ippopotami, elefanti, gazzelle; sembrava di essere in uno zoo senza
sbarre ne confini. “…Come ci piacerebbe fosse così il mondo intero”.
Durante una sosta il nostro amico
Tuffo ci chiese le nostre impressioni su quanto avevamo visto.
Esternammo tutta la nostra soddisfazione e gli chiedemmo cosa non
avessimo ancora visto della sua bella Africa.
Sul suo volto sempre disteso e
sorridente apparvero rughe cariche di tristezza, il nero brillante
dei suoi occhi si incupì come il tono della sua voce, strinse le
labbra tra i denti come per trovare la forza di parlare e rispose:
”…Cosa non avete visto???” Rispose: “La verità!”

Quella verità che
non si può mostrare a tutti, ma che è sotto gli occhi di tutti, che
non vedono o fingono di non vedere. E poi aggiunse, nel suo italiano
africano…”Voi non siete come gli altri il vostro modo di guardare è
diverso e a voi la mostrerò!” In quel momento che il nostro viaggio
cambiò completamente, fu proprio in quel preciso momento che ci
prese il <<mal d’Africa>>.
Tuffo prima di partire ci aveva
preparato su quanto avremmo incontrato per cui ci rifornimmo, presso
il mercato di Malindi, di biscotti, dolciumi, bottiglie di acqua,
vestitini e perfino di piccoli balocchi, il furgone era carico un pò
di tutto acquistato con i soldi che avevamo destinato per comprare
souvenir a parenti ed amici e da spendere al casinò. Nei due giorni
successivi percorremmo con il nostro furgone centinaia di chilometri
attraversando le zone interne. Abbiamo raggiunto decine di piccoli
villaggi composti da baracche invivibili dove un numero incredibile
di bambini, “Buon Dio!” non ne abbiamo mai visti tanti, vivevano
abbandonati a se stessi sotto lo sguardo assente di qualche anziano.
Al nostro arrivo fuggivano nascondendosi tra le capanne e dietro gli
alberi o tra i cespugli, poi dopo che Tuffo parlandogli da lontano
li aveva rassicurati, venivano fuori tenendosi per mano a piccoli
gruppi, i più grandi portavano in braccia i più piccini e pian piano
“pole pole”
guardandosi l’un l’altro facevano cerchio intorno a noi.
Ad ogni fermata distribuimmo quanto avevamo ma era sempre troppo
poco, ricevendo in cambio un caloroso e sincero “asante sana”
(grazie) accompagnato da quanto di più bello possa esistere, il
sorriso di un bambino.
Rientrammo al villaggio e mentre il
sole disegnava di rosso il tramonto sulla baia, ci tuffammo nelle
acque tiepide dell’Oceano, qualche bracciata e poi facemmo
capannella… "Possiamo fare di più. Si! Possiamo fare di più.
Rinunciamo al resto delle immersioni, alle escursioni e alla
settimana successiva e organizziamo qualcosa.” Parlò uno solo di
noi, ma parlò per tutti. La sera stessa mettemmo insieme il denaro
destinato a tutto quanto avevamo deciso di rinunciare ma… come
spenderlo? A chi rivolgere la nostra attenzione? Non era facile
scegliere.”Tuffo!” Si! Lui avrebbe saputo di certo consigliarci e
così, “detto fatto”, lo chiamammo e andammo all’appuntamento oltre
la solita linea di confine.
Andammo al bar e mentre
sorseggiavamo una birra, lo mettemmo al corrente delle nostre
intenzioni. Dopo averci ascoltato, rimase qualche secondo con il
bicchiere in mano, ci guardò uno ad uno poi ,mentre nei suoi occhini
neri facevano capolino due “lacrimoni” trattenuti a mala pena ci
disse: “E’ da 10 anni che faccio questo lavoro e di gente,
credetemi, ne ho conosciuta tanta ma… come voi mai …in questi giorni
ho imparato a conoscervi e mai, neanche per un attimo, mi sono
sentito al vostro servizio, ma uno di voi, un vostro amico da
sempre. Asante sana da parte mia e di tutta la mia gente.”
Non sappiamo riportare ciò che
provammo ascoltando quelle parole, dette con il cuore in mano,
possiamo dire solo che sentimmo tutti la necessità di sentirci uniti
in un unico grande abbraccio.
Fu deciso di destinare tutto quanto potevamo ad un orfanotrofio dove
la sera successiva, dopo aver “svaligiato” due supermarket di Watamu,
ci recammo con il furgone stracarico di tutto; riso, farina, latte,
biscotti, detersivi, dentifricio, legumi, olio e tutti i medicinali
che avevamo.



In quella meravigliosa notte africana, percorremmo un
sentiero per una decina di chilometri, immerso in una boscaglia
all’interno della quale brillavano dozzine di piccole lampade ad olio
e dal buio spuntavano, illuminate dal fascio di luce dei fari,
figure che come zombi si avvicinavano al sentiero incuriositi al
nostro passaggio.
Grazie alla bravura del nostro
autista "Simba" arrivammo, tra scossoni e buche, alla nostra meta.
Tra gli alberi, nel buio più totale, a fatica intravedemmo una
piccola struttura in muratura lunga una quindicina di metri. Tuffo
scese dal furgone e si diresse verso la costruzione uscendone poco
dopo in compagnia di una donna che ci illuminò la strada con una
lampada ad olio…tutto intorno il silenzio. Scendemmo dal furgone
portando con noi quanto potevamo per cominciare a scaricare i viveri
ed entrammo tutti insieme nella struttura. Attraversata la piccola
porta in legno ci trovammo in una stanza a mala pena illuminata da
due lampade …ci mettemmo qualche secondo per abituarci alla scarsa
“luce” e solo dopo mettemmo a fuoco i piccoli volti sorridenti che
ci guardavano incuriositi.
Con i pesanti scatoloni ancora tra le
braccia, rimanemmo ad osservare tutti quei bambini più di 50,
coperti di panni sporchi e stracciati ma tutti con il vestito più
bello che potessero sfoggiare “...il loro sorriso.” Il silenzio fu
rotto dalla candida voce di una bambina che intonò, seguita a ruota
da tutti gli altri e con l’accompagnamento di strumenti composti di
scatole di latta percossi da bastoncini di legno, la famosa canzone
“Jambo Jambo Kenya.”
Fummo invasi da un’emozione
incontrollabile, dai nostri occhi iniziarono a scendere, a ruota
libera, “lacrimoni” a secchi. I nostri cuori, abituati a rimanere
impassibile alle emozioni delle profondità marine, impazziti,
battevano a mille all’ora. Posammo gli scatoloni su di un tavolo
in cemento e tornammo verso il furgone ed ogni volta che rientravamo
nella struttura con altri pacchi, il canto diventava sempre più
forte accompagnato dall’applauso dei bambini che ci guardavano
increduli. I più piccoli si stringevano intorno alla loro “maestra”,
i più grandicelli cercavano le nostre mani e continuando a cantare,
facevano a gara per abbracciarci. Non è facile descrivere ciò che
tutti noi provavamo, ne tanto meno e facile descrivere l’ulteriore
emozione che ci ha dato il vedere “Tuffo” il nostro amico Kenyota
guardarci e …piangendo applaudire al nostro indirizzo.
Non fu facile gestire la commozione
ma appena fummo in grado di “connettere”, sedemmo in mezzo a loro e
solo in quel momento capimmo che stavamo ricevendo molto ma molto di
più di quanto avessimo dato…! Il momento dei saluti non fu privo di
emozioni e non fu facile staccarsi dagli abbracci dei più piccoli e…
dai loro occhioni neri che chiedevano una promessa! ”…non
dimenticatevi di noi!”
Dal rientro in Italia, non abbiamo
fatto altro che pensare a quei bambini e a quanto poco fossimo
riusciti a fare per loro, ci siamo sentiti come… “Gocce
nell’oceano.”
Ma la certezza che…”anche solo una goccia è vita” ci
ha spinto a far nascere questa nostra iniziativa il cui scopo è
quello di raccogliere fondi da destinare a quel orfanotrofio.
Scusateci se siamo apparsi prolissi ma vi
assicuriamo che le parole spese in queste pagine non rendono
minimamente onore a ciò che si prova nel vivere ciò che abbiamo
vissuto e alla felicità di sentirsi anche una sola… “Goccia
nell’oceano”.
Grazie da tutti noi e… da tutti loro! |