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...Ritorno a WATAMU

 

13 febbraio 2010

 

Ore 8.30 il nostro aereo atterra puntuale a Mombasa.
A darci il benvenuto all’aeroporto il solito caos e un caldo soffocante che, a dire il vero, ci mancavano molto.

Abbiamo atteso i bagagli sperando che fossero arrivati (la solita roulette russa). Dovevamo essere in sei a partire per questo viaggio-missione ma all’ultimo momento, per motivi legati alle attività lavorative, gli amici Gabriele e Giuseppe hanno dovuto rinunciare.


Finalmente veniamo in possesso delle nostre valige in cui avevamo stipato al limite del peso, medicinali e indumenti destinati alla distribuzione.
 

I nostri compagni di viaggio si guardano intorno curiosi di ogni cosa, per loro è la prima volta che vengono in questa parte dell’Africa. Io e Luigi ostentiamo una calma apparente quasi priva di emozione in realtà, a mala pena, riusciamo a contenere la voglia di urlare dalla gioia. Durante il viaggio che da Mombasa porta a Watamu, la guida, che parla un discreto italiano con accento romano/partenopeo/bergamasco, illustra le bellezze del posto e propone le escursioni di rito. La prima cosa che io e Luigi notiamo e la mancanza degli scossoni dovuti allo stato delle strade che ricordavamo disastroso. Infatti, con nostra grande meraviglia, notiamo che il fondo stradale è notevolmente migliorato. Le otto ore di volo sono passate velocemente mentre al contrario sembra eterno il trasferimento per Watamu. La verità è che eravamo ansiosi di rivedere i “nostri bambini”.

 

Proviamo a ricordare i loro nomi ma è come se avessimo un vuoto di memoria totale. E’ trascorso molto tempo, più di tre anni, ma nella nostra memoria sono rimasti indelebili i loro volti. Oggi come saranno? Non ci sfiora neanche l’idea che si possano ricordare di noi, anche se, sarebbe molto bello. Siamo a Gede. Il cuore incomincia a battere a mille quando sulla strada vediamo il cartello “God our father children”. Finalmente arriviamo al nostro villaggio l’Aquarius, consegniamo i passaporti e senza neanche ritirare le chiavi siamo di nuovo fuori dal villaggio a cercare un matato che ci porti all’orfanotrofio.

 

Con Civazi, l’autista del matato, nasce subito un feeling che ci indurrà a servirci di lui per tutto il periodo della nostra permanenza, ma nello stesso tempo si instaura un rapporto di grande amicizia come se ci fossimo conosciuti da sempre. Stanchezza, fame, i vestiti attaccati addosso dal sudore, caldo, sete, sono cose che non ci appartengono, abbiamo un solo obbiettivo: andare da loro. Non è facile potervi descrivere i tanti pensieri che si sono affollati nella nostra testa, in quel così breve ma eterno tragitto. Tre anni non sono tanti ma trascorsi ad 8.000 km di distanza sono un’eternità.


Tre anni vissuti al buio della realtà illuminata solo da qualche foto inviataci da amici o soci che si recavano all’orfanotrofio. Tre anni di dubbi, di paure, di perplessità, di veleni seminati dai “si dice che”, “pensiamo che”, “non è vero che”, ”si sospetta che”. Tre anni di silenzio da parte di chi avrebbe dovuto informarci, tre anni di ingiustificato, incomprensibile silenzio. Tre anni trascorsi aggrappati con tenacia ad una promessa da mantenere, all’immagine di sorrisi da non spegnere, alla ferma volontà di andare avanti. Tre anni minati dalla paura di deludere chi ci ha dato fiducia, di poter violare inconsapevolmente le leggi creando danni a noi stessi o ad altri, di essere traditi proprio da coloro a cui era diretto il nostro impegno ed ancora, tre anni trascorsi a guardarsi le spalle da millantatori, tuttologi conoscitori della realtà africana, falsi benefattori, malati di protagonismo, calunniatori che hanno negato l’esistenza della nostra associazione e di tutti quelli che, con noi o autonomamente sono impegnati sul progetto Timboni.

 

Siamo a pochi metri dal cancello dell’orfanotrofio, scendiamo dal matatu e percorriamo lentamente quegli ultimi metri, entriamo quasi in punta di piedi ma non abbastanza silenziosi, veniamo assaliti da una dozzina di bambini sorridenti e festanti ed altri escono da ogni luogo venendoci incontro. Non facciamo in tempo a prenderne uno in braccio che ce ne troviamo un altro.
Tre anni di buio svaniscono come una bolla sapone lasciando lo spazio a ciò che vediamo intorno a noi e che rende giustizia alla verità sempre sovrana.
Trascorriamo alcune ore lasciandoci sommergere dall’ondata di affetto che riceviamo mentre ognuno di noi viene “privatizzato” da qualche bambino che, più veloce degli altri, è riuscito a conquistare le nostre braccia deciso a non mollare la posizione. Recell è tra le mie braccia , Diana tra quelle di Luigi, Rafael ha scelto “il pacchetto” Antonio, macchina fotografica ed occhiali da sole, mentre Gazo, con un sorriso radioso, ha conquistato Roberto a tutto campo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come avevamo stabilito, provvediamo ad effettuare un sopralluogo della nuova struttura partendo dalla mensa costruita con i fondi di “ Gocce nell’Oceano”.
 

La struttura risulta, a prima vista,“vissuta” , le mura interne ed esterne sono sporche , delle zanzariere alle finestre rimangono pochi brandelli, i vetri basculanti delle finestre sono per il 60% rotti o mancanti, il locale è scarsamente arredato, l’illuminazione è composta da tre lampade a risparmio energetico insufficienti per una adeguata illuminazione.

 

Nella stanza attigua ,adibita a cucina, ci sono un frigorifero a colonna ed una cucina a gas, mentre in tre, dei 5 ripostigli, sono stoccati, separatamente; riserve alimentari, (farina, riso, fagioli, ecc) o prodotti per le pulizie, (detersivi, disinfettanti, ecc). Nei locale destinati a WC e doccia sono stivati, con nostra meraviglia, biciclette ed attrezzature da lavoro.


I lavelli sono inutilizzati poiché, ad un nostro primo controllo, non risulta esserci erogazione d’ acqua. L’inutilizz
o delle condutture ha causato la rottura di tutti i raccordi di scarico nonché l’ossidazione delle rubinetterie. Troviamo, quindi, la motivazione all’uso improprio dei servizi igienici. Infine notiamo che la mancanza di controsoffittatura porta la temperatura dell’ambiente ad essere opprimente. Pensavamo di trovare la nostra struttura in condizioni migliori ma non avevamo valutato che essendo stata la prima ad essere ultimata, è stata quella più utilizzata con varie finalità, mensa, scuola, chiesa, dormitorio, deposito, ricovero durante la stagione delle piogge; insomma tutto sommato lo stato d’uso in cui l’abbiamo trovata ci dà maggior motivo di essere soddisfatti di quanto realizzato.


Preso atto della situazione, provvediamo a stilare una lista di primi interventi da attuare. In primo luogo provvederemo a ritinteggiare l’interno e l’esterno della costruzione facendo apporre sulle pareti esterne la scritta “Donato da Gocce nell’Oceano". Arrederemo la mensa. Saranno rimessi i vetri rotti o mancanti e le zanzariere a tutte le finestre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Faremo montare 4 ventilatori a soffitto ed ampliare l’illuminazione ed ancora provvederemo a sostituire tutta la rubinetteria e gli impianti di scarico dopo aver riattivato l’erogazione dell’acqua.

 

 

 

 

Per rendere funzionante l’impianto idrico della mensa si rende indispensabile la costruzione di un pozzo nero per la raccolta delle acque reflue; pertanto decidiamo di convocare quanto prima alcune imprese per avere dei preventivi e relative relazioni tecniche dell’impianto.
Continuiamo il nostro sopralluogo visitando le altre strutture.

 

 

 

Due sono ultimate ed adibite a scuola. All’interno di esse troviamo una ventina di bambini che stanno facendo lezione con le proprie maestre. Gli ambienti sono tenuti bene ed arredati dell’essenziale per la didattica, tavolini, sedie ed una lavagna appoggiata al muro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Passiamo ad un’altra struttura, la più grande, adibita a dormitorio e poi alle altre più piccole anch’esse adibite alla stessa finalità. Sono tutte divise in piccoli ambienti con due o tre letti singoli o a castello. I dormitori sono incompleti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni mancano di servizi igienici e anche se sono in costruzione si nota che i lavori sono fermi da molto. Al posto della pavimentazione sono stati stesi dei fogli di plastica , mancano molte finestre e porte a tratti mancano pezzi di copertura del soffitto. Oltre i letti a castello, ad una prima stima insufficienti, non ci sono altri arredi ma solo polvere e calcinacci ovunque. Le addette alle pulizie stentano a tenere quanto più vivibili gli ambienti.

 

 

 

 

 

Non ci vuole molto a capire che si stanno effettuando delle modifiche in corso d’opera. Quanto abbiamo modo di vedere ci conferma la notizia che avevamo avuto mesi prima secondo la quale, a seguito di un controllo da parte di un “organo governativo”, questo ultimo avrebbe preteso l’applicazione di una normativa UNICEF circa la divisione degli alloggi adibiti a dormitori. A tal proposito preferiamo non fare commenti. Resta il fatto che la condizione dei dormitori è ancora ben lontana da potersi definire vivibile.

 

 

 

 

Usciamo nel piazzale ed andiamo a vedere la struttura adibita ad infermeria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le porte sono tutte chiuse a chiave ma dalle finestre scorgiamo un ambiente usato come infermeria ed uno adiacente come farmacia. Entrambi risultano mal tenuti e disordinati, vediamo scatole di medicinali ovunque alla rinfusa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una delle stanze di questa struttura sembra essere usata come ufficio, ci sono molti faldoni contenenti documenti, tutto sommato, in buon ordine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alle spalle dell’infermeria, sta sorgendo una costruzione circolare, ci viene riferito, da una delle sorveglianti, che sarà adibita a piccolo ospedale per patologie particolari e d’urgenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parallela all’infermeria c’è una costruzione non molto grande, anche questa composta dai soli muri perimetrali che sarà utilizzata come ufficio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nostro sopralluogo continua alle spalle della mensa dove è stato costruito un piccolo ambiente con un forno, non ancora ultimato, ed in un angolo, due grossi barbecue in muratura utilizzati dagli addetti per cucinare.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla destra del cancello d’ingresso, lungo il muro di cinta, sono stati effettuati degli scavi che fanno presupporre essere le fondamenta per una futura struttura.

 

 

Subito dopo si trova una costruzione lunga una quindicina di metri anch’essa non ultimata.

Infine passiamo alle spalle dei dormitori dove, c'è lo spazio usato per stendere il bucato, troviamo la stalla ben tenuta ed occupata da un discreto numero di animali domestici: mucche da latte, maiali, galline, conigli, anatre e capre, accuditi da due operai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre grosse cisterne rialzate forniscono acqua non potabile alle strutture.
Chi asseriva, con non poca fantasia, ed alla luce della più totale ignoranza dei fatti, che il “God our father...“ fosse diventato un albergo a 5 stelle con piscine ed idromassaggi, rimarrà certo molto deluso nel sapere, al contrario, che è ancora tutto un cantiere.


Senza dubbio la situazione logistica dal lontano 2006 ad oggi è cambiata, ma è pur vero, che all’epoca erano 46 ed oggi sono 94 bambini ed altrettanto vero, che sono ancora molto lontani dall’aver raggiunto un miglioramento per quanto riguarda le condizioni di vita.

 

Ciò è dovuto dal fatto che, la direttrice mamma Sussy, incoraggiata dai buoni propositi e dal buon avvio dei lavori del nuovo progetto nel 2006, ha ritenuto opportuno accettare altri bambini bisognosi di accoglienza, trovandosi ad un certo punto a non riuscire più a far fronte alle esigenze di mantenimento della struttura e dei bambini stessi. Tutto è stato poi aggravato dal fatto che sono venuti meno una serie di donatori e di adozioni a distanza nonché le maggiori spese di gestione dalla nascente struttura e, come colpo di grazia, è arrivata la richiesta da parte del Governo di modificare le strutture che erano giunte quasi ad ultimazione.

 

La mancanza di fondi ha quindi portato quasi al collasso l’intero orfanotrofio. Se ciò non è accaduto lo si deve all’intervento di privati che, recandosi sul posto e rimanendovi, anche per lunghi periodi, hanno sostenuto, con fondi propri e\o raccolti presso amici, la struttura finanziando in parte le modifiche richieste dal governo Keniota. Durante questi tre anni abbiamo avuto modo di ascoltare le più svariate versioni circa la situazione dell’orfanotrofio. Abbiamo assistito alle più dotte lezioni ed alle più aspre critiche sulla gestione della struttura da parte di sapienti tuttologi a cui, oggi, ci sentiamo di dire solo una cosa “…andate e fateci vedere cosa siete capaci di fare, altrimenti , aggrappatevi ad un minimo di umiltà, se ne avete, limitandovi a tacere e a riflettere sul fatto che stiamo operando in una terra dilaniata da mille contraddizioni ed in cui esiste una sola regola: sopravvivere.

 

Questa è l’Africa e nessuno può avere la presunzione di cambiarla, soprattutto chi ha dimenticato che se oggi la “madre di tutte le terre” è ridotta così, lo deve proprio allo sfruttamento da parte di quei paesi così detti civili.


Nei giorni successi ci siamo impegnati senza sosta per mettere in atto gli interventi che avevamo programmato.
A tal proposito corre l’obbligo ed il piacere di rivolgere un particolare ringraziamento ai coniugi Roberto e Sheila nonché a Mariangela, nostri associati, i quali incontrati in questa occasione, hanno formato con noi, un team affiatato grazie al quale è stato possibile portare a termine tutti gli interventi pianificati. Inoltre è doveroso evidenziare il loro personale intervento economico con il quale hanno fatto fronte a tutte le spese relative alle mano d’opere impiegate consentendoci così di utilizzare i fondi della nostra associazione, per l’acquisto di materiali necessari ma non previsti inizialmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Importante è stata l’opera di Mariangela la quale, mettendo a disposizione la sua competenza e professionalità in campo medico, ha provveduto a mettere ordine nell’infermeria ed nella farmacia dell’orfanotrofio dando suggerimenti e direttive ad una ragazza addetta alla gestione di questa struttura.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo numerosi incontri, siamo riusciti a trovare un accordo con l’ing. Hallan, da noi già conosciuto per aver realizzato la nostra struttura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con regolare contratto, gli abbiamo affidato la costruzione del pozzo di raccolta delle acque reflue della mensa. Il pozzo è stato studiato e collocato in modo tale che potrà servire anche ad una eventuale altra struttura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci riteniamo pienamente soddisfatti di quanto realizzato soprattutto per i consensi ricevuti dai beneficiari nonché da tutte le persone, che vi assicuriamo sono state tante, venute a conoscerci e a congratularsi per ciò che stavamo facendo ed ai quali abbiamo sempre evidenziato che il nostro lavoro non era altro che il porre in essere la volontà di chi, nostro tramite, ha inteso aiutare i bambini di Timboni.


Non vogliamo dilungarci nello spiegare che quanto fin ora riportato sintetizza al massimo ore di lavoro, trattative spesso estenuanti, giornate intere trascorse a seguire e ad eseguire direttamente vari lavori. Vogliamo invece evidenziare il piacere provato nel lavorare per questi bambini ma soprattutto con la loro costante, festosa presenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche questo anno abbiamo provveduto ad acquistare una notevole quantità di scorte alimentari. Con il nostro amico Tuffo, che ha messo a nostra disposizione sia il matatu che la sua insostituibile partecipazione, ci siamo recati nei villaggi lontani dai percorsi turistici per dispensare “Gocce” di aiuti mediante la consegna di scorte alimentari e di indumenti.

 

 

 

 

 

Nella qualità di membri del consiglio direttivo intendiamo rivolgere un particolare ringraziamento agli amici e compagni di viaggio i quali hanno partecipato senza risparmio di energie ad ogni attività, mettendo a disposizione tutte le loro competenze professionali e rinunciando, con noi, a agli aspetti ludici che un posto come Watamu può offrire. Ci risulta difficile non rischiare di essere prolissi nel tentativo di dare quante più informazioni possibile e al tempo stesso di poter condividere, con il lettore, le nostre emozioni.

 

 

Speriamo comunque di essere riusciti nell’intento. A supporto di quanto relazionato, mettiamo a disposizione una carrellata di foto con lo scopo di lenire, per quanto possibile, la vostra e la nostra nostalgia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Presidente

Salvatore Giordano