associazione umanitaria - humanitarian association

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...e la storia continua

 

24 febbraio 2006, 26 gennaio 2007

Il tempo è volato …e cosi eccoci oggi, ad una settimana dal nostro rientro, avvenuto il 10 febbraio 2007, a raccontarvi di noi “Gocce nell’oceano”.


26 gennaio 2007 ore 15:30.
Come da programma ci siamo ritrovati all’aeroporto di Fiumicino pronti per mantenere fede alla nostra promessa. Dovevamo essere in sette purtroppo il nostro amico Giuseppe ha dovuto, per impegni di lavoro, rinunciare alla partenza. La sua assenza è solo fisica perché lo sentiamo qui con noi a mettere in atto tutto quello che ci siamo proposti di fare e per cui abbiamo lavorato in tutti questi mesi cercando di fare sempre meglio e sempre di più. Ci sembra di sentire la sua voce incoraggiarci “…forza ragazzi ora tocca a voi. Vi stanno aspettando…”. Manca poco all’imbarco ed i nostri pensieri sono rivolti a tutto il lavoro svolto in poco più di sette mesi. In questo periodo abbiamo rinunciato al nostro tempo libero, per quanto poco, impegnandolo per la costituzione dell’organizzazione, per le iniziative relative alla raccolta dei fondi, nelle decine di incontri avuti con comunità, scuole, enti, aziende, privati, amici, conoscenti, nei tanti importantissimi momenti di riunione per decidere tutti insieme la migliore strada da percorre. Nei nostri incontri ci siamo raccontati lo sconforto essendoci scontrati, non di rado, nell’indifferenza, nell’insensibilità, nel cinismo della gente ma soprattutto traendo sempre nuova forza dalle dimostrazioni di solidarietà di tante, tante persone che hanno creduto in noi da consentirci di essere oggi qui in procinto di ripartire.

Nessun rimpianto per le rinunce fatte per metterci da parte i soldi per il viaggio, per i weekend passati lontano dalla nostra passione di sempre, il mare, per i momenti di tensione con fidanzate, mogli, figli, genitori causate dalle assenze prolungate.
 

...Stanno chiamando il nostro volo.

Un’ ansia ci assale, non è emozione, è paura. Paura di non riuscire nel nostro intento, paura di aver intrapreso qualcosa di troppo grande per noi, paura di non essere sufficientemente preparati, paura di deludere chi ci aspetta, paura di essere soli verso l’ignoto, paura di deludere chi ha creduto in noi.

Nell’imbarcare i bagagli ci vengono mosse, dal rappresentante della compagnia aerea, delle obiezioni per alcuni chili eccedenti. Clemente, con molto garbo, cerca di spiegare che trattasi di indumenti, trecento magliette e cappellini, destinati ai bambini e, mostrando il contenuto dei borsoni e la documentazione relativa alla nostra associazione, chiede di forfettizzare il costo dell’eccesso di peso che ammonta a 10Kg. Per tutta risposta viene affrontato, dall’interlocutore, con modi sgarbati e provocatori che assumono ad un tratto un atteggiamento aggressivo tanto da portarlo a nasconde la propria identità levandosi il cartellino identificativo fino a poco prima in bella vista sulla divisa. L’intervento immediato di tutti noi ha stroncato l’arroganza di quel individuo ma, soprattutto, ha spento definitivamente quella paura di non riuscire che poco prima ci aveva turbato, ritrovandoci, ancora una volta, uniti forti della forza di ognuno ed accendendo ancor di più quel entusiasmo che mai sarebbe venuto meno.


Chi è stato in Kenya sa che il viaggio non è né breve né comodissimo. Conosce bene le interminabili file allo sbarco mentre sente i vestiti, intrisi di sudore, attaccarsi addosso, l’impatto con la differenza di temperatura da farti sembrare di essere entrato in un forno, la corsa per recuperare il bagaglio, le estenuanti trattative con le guardie di frontiera e lo sballottamento nelle corriere che portano ai villaggi sulla costa. Per noi tutto questo significava solo una cosa: essere tornati da loro.
 

...Arrivati al villaggio

Quando il pesante cancello di ferro del villaggio, “la linea di confine”, si è spalancato, ci è sembrato di non essere mai venuti via da quel posto.

 

Eravamo come a casa nostra.
Il tempo di prendere possesso degli alloggi e via al primo, importante, atteso, desiderato, appuntamento. Puntuale come sempre, ad attenderci, era lì sulla spiaggia bianca e soffice come il borotalco: TUFFO.
Non pensiamo che il nostro incontro possa essere passato inosservato a chiunque fosse stato in quel momento presente nella baia tanto sono state le urla, gli abbracci ed ogni altra forma di manifestazione rumorosa e incontenibile.


Non ci poteva essere spazio, nei 15 giorni a nostra disposizione, per la stanchezza del viaggio e quindi siamo partiti subito alla volta di Timboni, per effettuare un primo sopralluogo dell’orfanotrofio e decidere il da farsi.


Quando siamo arrivati nel cortile polveroso antistante il caseggiato, ad accoglierci c’erano i più piccoli, circa una ventina, che immediatamente hanno organizzato il benvenuto intonando l’immancabile “Jambo Jambo”.

 

 

 

 


Subito dopo abbiamo conosciuto mamma Susan, la responsabile dell’orfanotrofio, a cui abbiamo spiegato chi eravamo e cosa volevamo fare.
Ci sono voluti un paio di giorni per conquistare la reciproca fiducia mediante lunghi colloqui con l’aiuto insostituibile di Tuffo che faceva da interprete anche se il nostro inglese ci è stato di buon aiuto.


La struttura versava in condizioni igieniche precarie. A causa di una anomala stagione delle piogge, il tetto di lamiera aveva subito dei danni parzialmente riparati; ma la mancanza di gran parte della contro soffittatura, lasciava libero accesso a pipistrelli, insetti, volatili, polvere e non per ultimo esso non offriva alcun isolamento termico dal calore.

 

 

 

Le pareti interne di tutta la struttura si presentavano sporche e malsane, le zanzariere inesistenti o rotte, i mobiletti artigianali in legno erano mal ridotti ed insufficienti a contenere le scorte alimentari, gli indumenti accatastati in terra, il mobiletto adibito alla conservazione dei medicinali sporco e danneggiato, i tavoli da riparare e le coperture in plastica da sostituire, le sedioline di plastica usurate dal tempo e dal calore.

 

Il vano adibito a cucina era inutilizzato a causa dell’assenza della contro soffittatura pertanto il vitto veniva preparato in una capanna all’esterno.

 

La mattina dopo abbiamo formato dei gruppi di lavoro al fine di sfruttare al massimo il tempo disponibile.

 

 

Pertanto c’era chi si occupava di reclutare gli imbianchini ed il falegname,

 

 

 

 

 

 

 

chi di quantizzare i materiali da utilizzare, chi di provvedere all’acquisto, chi di tenere aggiornata la contabilità e chi di avviare le procedure burocratiche per l’iscrizione all’ Organizzazione Non Governativa (NGO) di Nairobi. Detto in due righe sembra cosa da nulla ma vi assicuriamo che non è assolutamente così.
 

 

 

 

 

Tutti i lavori ed i miglioramenti programmati procedevano per il meglio, quando una mattina parlando con Susan, siamo venuti a conoscenza di un progetto per la costruzione, su di un terreno donato da italiani ed intestato all’orfanotrofio, di una nuova struttura per l’accoglienza dei bambini.

 

L’idea ci ha subito conquistati così, senza perdere mai di vista ciò che era già in atto, abbiamo dato il via a tutta una serie di verifiche burocratiche, per constatare l’effettivo accatastamento del terreno a favore dei bambini, di revisione del progetto stesso sia strutturale che nei costi nonché allo studio e alla stesura di un contratto che ci garantisse la massima serietà ed impegno da parte del costruttore.

 

Abbiamo trascorso ore interminabili per definire, contrattare, modificare, chiarire mille aspetti del progetto spostandoci continuamente tra il villaggio, l’orfanotrofio, i negozi di materiali edili e ovunque potessimo trovare una risposta ai nostri dubbi muovendoci con i furgoncini, i tuc-tuc o a piedi sotto il sole cocente, mentre il sudore scivolando dalle nostre fronti, scriveva sulle magliette l’entusiasmo e la gioia per quanto stavamo realizzando.


A sera ci riunivamo per fare il punto della situazione, ci confrontavamo ancora, senza risparmiarci creando anche dei momenti di tensione tra di noi che comunque venivano chiariti e che ci vedevano alla fine sempre più uniti e convinti.


Avevamo completamente dimenticato il mare trasparente, la sabbia soffice, il piacere di restare distesi a farsi accarezzare dai raggi del sole…
Avevamo ancora tanto da fare ed i giorni passavano incuranti dei nostri affanni.

 

 

 

 

2 febbraio 2007 ore 16.00

 

Una data che nessuno di noi potrà mai dimenticare, il giorno della firma del contratto e contestuale versamento della prima somma di denaro.

 

 

 

I lavori, come era negli accordi, sono iniziati il giorno dopo e noi puntuali eravamo sul cantiere mentre il costruttore poneva il pesante cartello in ferro con la scritta “BULDING OF ORPHANAGE DONATED BY ASSOCIAZIONE UMANITARIA GOCCE NELL’OCEANO”.
Sui nostri volti luccicava la gioia, e nei nostri occhi scorrevano le immagini di bambini felici in un ambiente più accogliente, pulito, sicuro, che permettesse loro di guardare ad un futuro migliore in un luogo in cui avrebbero il diritto di stare tutti i bambini del mondo e non solo ”i nostri 56” a cui è destinata la nuova struttura.

 

Quanta verità nelle parole di Madre Teresa “Quello che facciamo è solo una goccia nell’oceano… Se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”.


La nostra presenza nel villaggio ma soprattutto la nostra frenetica attività, incuriosiva molti ospiti della struttura al punto che decidemmo, per l’ultimo giorno di permanenza, di organizzare una grande festa presso l’orfanotrofio insieme a tutti i bambini invitando quante più persone possibile.

 

La festa

Fu fissata per le 17:00 per cui alcuni di noi si avviarono dalla mattina per decorare con festoni e palloncini la struttura riportata a nuovo.

 

Preparammo un buffet con coca-cola, aranciata, biscotti, salatini, patatine, brioches con cioccolato ed una grandissima torta offerta dalla direzione del villaggio, gesto che oltre a risultarci gradito perché diretto ai bambini, ci sembrò essere un discreto messaggio di plauso al nostro operato.

 

 

 

 

 


Gli invitati puntuali e numerosi hanno partecipato, con vera gioia, ad ogni momento di quella festa che vedeva i bambini impegnati nel ringraziare tutti, intonando canti e balli mentre i più piccini passavano da braccia in braccia distribuendo sorrisi e baci e nei loro, innocenti, luccicanti occhi neri, brillava una luce di speranza.


I loro non erano gli unici occhi a brillare perché molti tra gli invitati cercarono di nascondere le lacrime di commozione magari dietro i neri vetri degli occhiali da sole.


Alla fine della festa quando, profondamente commossa, mamma Susan e tutti i bambini hanno cantato per noi una preghiera, furono i nostri occhi a brillare lasciandoci prendere dal dolore dell'imminente distacco.


Come delle macchine fotografiche i nostri occhi cercavano di scolpire nella memoria tutti i loro volti guardandoli uno dopo l’altro una volta ed una ancora per non dimenticare ripassando nella mente i loro nomi Samson, Sitner, Raphael, Amina, James, Mitiam, Bruch…


Mentre, privi di ogni forza e volontà, salivamo sul nostro furgone per fare ritorno al villaggio da dove la corriera ci avrebbe condotti all’aeroporto, i bambini continuavano a sbracciarsi e più ci allontanavamo e più le loro voci ci sembravano vicine.


Quindici giorni erano passati così in fretta da sembrare essere stati un attimo. Un attimo che ci ha fatto sentire, stando in mezzo a loro per loro, seppure per un attimo, in “Paradiso”, angeli tra quei piccoli angeli. Una sensazione che ci ha ripagato di tutta la stanchezza, i sacrifici, le ansie, le paure, le fatiche che non vi abbiamo raccontato perché non sono la parte più importante del nostro viaggio ma hanno rappresentato l’unica condizione che ci avrebbe permesso di aiutarli in modo serio e concreto. Se pure da così lontano, il nostro impegno continua per portare a termine la nuova struttura

 

ed è ORA che noi abbiamo bisogno di VOI!